venerdì 29 aprile 2011

Censura tu che io non son d'accordo.

Sono della metà degli anni 70 del secolo scorso e sono stufo. Stufo di leggere argomentazioni errate a sostegno della dannosità dei cartoni animati giapponesi che hanno accompagnato nella crescita noi bambini di quegli anni.
I cartoni Disney sono migliori, sono educativi, sono disegnati meglio, loro si che hanno delle belle storie, mica quella robaccia giapponese tutta uguale e fatta al computer. Nel 1970? Al computer? Ma che volete che facessero negli anni 70 col computer in Giappone? A stento era diffusa la calcolatrice!
Mettiamo un po' d'ordine.
Per realizzare un prodotto di animazione destinato alla televisione, perché di questo che stiamo parlando, si partiva dalla stesura della storia che coprisse un arco narrativo di almeno 26, 52 o più settimane, un episodio a settimana. Storia che poteva essere originale o più spesso tratta da un manga di successo.
Il tutto ha inizio nel 1963 quando vede la luce la serie Tetsuwan Atom (Astro Boy). La prima serie animata trasmessa dalla televisione giapponese ha grande successo e l'anno seguente le succede Big X. Nell'ottica del successo ottenuto nel 1965 Jungle Taitei (Kimba il leone bianco) ottiene un nuovo primato come prima serie animata giapponese a colori. L'avvento di questo genere d'intrattenimento sui teleschermi giapponesi si ha grazie al Manga no Kamisama (dio del manga) Tezuka Osamu. Nato nel 1928, a Toyonaka, diventa il più grande mangaka, fumettista, giapponese di tutti i tempi.
Per l'arrivo in Italia delle sue opere è ancora presto. Il nostro paese si sta riprendendo dai disastri della Grande Guerra e sta entrando nel periodo del boom economico. Le televisioni sono ancora poche, per lo più collocate in luoghi pubblici, e servono come fattore di aggregazione sociale. I programmi in bianco e nero sono trasmessi solo dalla prima rete televisiva pubblica italia, che a breve sarà affiancata dal secondo canale. I pargoli italiani dovranno aspettare la fine degli anni 70 per assistere per la prima volta ad una nuova forma di intrattenimento.
Nel 1976 inizia una silenziosa, simpatica, costante, pericolosa per alcuni, invasione giapponese in Italia. Rete 2 trasmette per la prima volta un cartone animato di origine nipponica il pericolosissimo "i Barbapapà". Il pericolo continua subdolo l'anno seguente con lo sconcertante "Vicky il vichingo" e poi, ancora a distanza di un anno, l'anticulturale "Heidi", oltretutto ambientato sulle Alpi svizzere. Sempre nel 1978, però, arriva quello che renderà indimenticabile a tutti l'infanzia. La renderà dimenticabile ai bambini di allora che ne seguivano le gesta ed ai loro genitori che avrebbero iniziato battaglie legali, minacciato punizioni, limitando la visione ai figli di: Atlas UFO Robot. Si proprio lui il grande, indimenticabile Goldrake!
E' stata l'opera di un mangaka giapponese di successo, amante della cultura e dell'Italia, nato nel 1945 a Wajima, a far esplodere nel nostro paese la passione per gli anime. Le opere di Nagai Go, destinate in origine ad un pubblico di adolescenti, sono state riversate addosso a bambini italiani di tutte le età. I colori, le strane storie, i forti personaggi delle sue molteplici saghe robotiche (Goldrake, Mazinga Z, Il Grande Mazinga, Jeeg Robot d'Acciaio, per citarne alcune) hanno segnato nel bene le infanzie di molti di noi.
A pochi anni dall'arrivo degli anime in Italia, siamo ormai nel 1983/5, dopo che i nuovi venuti dall'oriente hanno già aiutato a crescere migliaia di ragazzini, instillato nuovi modi di dire nella lingua italiana, sviluppato la fantasia di milioni di persone, qualcuno fa osservare come tali programmi siano violenti ed inadatti ad un pubblico giovane. Siamo, appunto, negli anni ottanta. Centinaia di anime sono state importanti dal Giappone, sottoposti a traduzione in italiano, adattate e trasmesse dalle diverse reti televisive che ormai popolano gli schermi autoctoni. Ricordiamo come, nel frattempo, alla tv di Stato si è affiancata una rete di televisioni locali private che hanno fatto dei cartoni il loro cavallo di battaglia. L'importazione di molteplici anime dello stesso autore (quello delle opere di Nagai è un caso), la difficoltà di traduzione e la ricorrenza del medesimo personaggio a fare da unione tra varie serie hanno instillato, nei contestatori, una strana convinzione. Il concetto ormai radicato è che i cartoni animati giapponesi "sono tutti uguali e disegnati al computer". Esaminando il caso "Nagai" possiamo notare come il plot sia ovvio (i buoni si fanno i fatti loro, arrivano i cattivi, i buoni vanno a combattere, sembra che perdano e poi vincono), ma di successo e la presenza ricorrente di Koji Kabuto (chiamato coi nomi più strani nelle varie serie, Alcor in Goldrake, Ryo in Mazinger Z) potremmo trovare la scusante per alcuni errori di valutazione in cui sono incappati i contestatori. Inoltre, l'assurda convinzione che essendo il Giappone un paese molto più tecnologicamente avanzato del nostro potesse usare i computer per disegnare i cartoni non ha mai trovato alcun riscontro. Anzi, si è rivelata un'arma a doppio taglio per i crociati della morale, quando la stessa Disney per un prodotto cinematografico, "La Bella e la Bestia", ne ha fatto massiccio uso, ma era il già il 1991(dopo qualche esperimento nel 1988 per gli ingranaggi del Big Ben in "Basil l'investigatopo" e nel 1989 per il mare de "La Sirenetta") . In Giappone un uso così intenso di tale tecnologia si avrà solo per opere cinematografiche ai primi degli anni 2000, mentre per vederla in modo quasi invadente nelle serie televisive si dovrà aspettare oltre la metà del primo decennio del nuovo secolo.
A scanso di equivoci sottolineiamo, quindi, che i cartoni con i quali siamo cresciuti sono stati realizzati da artigiani dell'animazione. Uomini e donne, e non automi, che con passione, dedizione, abilità, e necessità di uno stipendio, lavoravano per 12 ore al giorno, anche su turni, chini su rodovetri a disegnare, colorare e rifinire ogni singolo fotogramma che noi avremmo poi visto animato sullo schermo. Storie e disegni, a volte, di qualità criticabile, ma sempre e soltanto eseguiti a mano.
L'Italia è un paese sensibile alle false problematiche. Se qualcuno ruba, uccide, si collude con criminali a noi va bene, ma se qualcuno solleva uno scrupolo di morale su un programma televisivo allora si va alla crociata, alla guerra santa. I templari del nuovo ordine riescono, perciò, pian piano ed in silenzio ad eliminare i cartoni animati dalle reti pubbliche. I personaggi sfrattati trovano, a loro dispetto, ospitalità nella selva di reti private, sopratutto in Lombardia, pronte ad accoglierli, fiutando l'affare economico. L'investimento resta basso, la pubblicità è forte e gratuita, si innesta un meccanismo per il quale le sigle originali di ogni anime vengono ritenute inadatte (in quanto in giapponese) e si offre lavoro a musicisti e parolieri per crearne di nuove e farle cantare a Cristina D'Avena. I soldi iniziano a girare, ma quando il popolo degli anime sembra essere soddisfatto ecco affiorare la vera censura. Intere sequenze vengono sforbiciate dalle opere. Tagliate. Censurate. Mutilate. Il prodotto del genio giapponese viene reso incomprensibile al pubblico italiano. Episodi di 22/26 minuti vengono ridotti a 12/13, subendo il massacro. Quando non è possibile censurare visivamente si opera a livello più fine ed impegnativo. Si modifica l'adattamento, si riscrivono i dialoghi. Tanto che vuoi che se ne accorga. Perché?
Il fattore discriminante è semplice. In Giappone l'animazione non è un prodotto per bambini. In Giappone vengono creati diversi tipi di anime, destinati ciascuno ad un pubblico diverso, destinati ad essere programmati in orari diversi. Una sommaria suddivisione delle fasce di pubblico potrebbe essere così schematizzata: Kodomo (bambini fino ai 10 anni), Shōjo (ragazze dai 10 anni ai 18 anni), Shōnen (ragazzi dai 10 anni ai 18 anni), Seinen (indicato per un pubblico maschile dai 18 anni in su), Josei (o Rēdisu, indicato per un pubblico femminile dai 18 anni in su). Partendo da questo assunto, in orari diversi, potevamo trovare sullo stesso canale televisivo giapponese Barbapapà e Ken il Guerriero, ma ad orari decisamente diversi. Questo concetto era sconosciuto, più o meno volutamente, a chi importava nel nostro Paese l'intrattenimento disegnato. Una volta accortisi di quello che avevano per le mani gli addetti al doppiaggio dovevano prendere una decisione. La scelta era tra l'essere fedeli all'opera (e prendersi gli strali dai bacchettoni del Moige) od adattarlo alla trasmissione in fascia pomeridiana (e vivere tranquilli)? Ovviamente, essendo in Italia, la decisione sulla scelta da prendere non poteva essere più semplice: se c'è da lottare tiriamoci indietro.
Ad oggi la situazione è cambiata. Grazie a noi degli anni 70. Grazie a noi che siamo cresciuti e che abbiamo potuto spostare l'ago della bilancia seppellendo i vecchi che prima comandavano. Adesso noi più consci a ciò che andiamo in contro, noi con un potere economico importante, noi appassionati abbiamo dato vita ad un nuovo mercato. Alcuni di noi ne muovono le fila pubblicando in DVD, creando canali televisivi, pubblicando manga, insomma guadagnandoci, altri di noi spendendo i soldi per supportare il ritorno di alcune nostre vecchie passioni. Il ritorno di anime su supporto per l'home video in edizione originale, sia con l'assenza di censure, sia con la presenza dei dialoghi in lingua originale è nuova linfa per chi è stato usurpato da opere deturpate.
Torniamo un attimo a bomba, però. Il punto forte della crociata contro la bruttezza, la piattezza e la poca fantasia degli anime era il confronto di questo prodotto con i film Disney. Vorrei che mi prestaste un attimo di attenzione: FILM Disney. Stiamo parlando di prodotti destinati allo schermo cinematografico. Prodotti realizzati dalla più grande, famosa, ricca, influente casa cinematografica d'animazione degli Stati Uniti e del mondo. Stiamo confrontando un film che richiede anni ed anni di lavorazione per raggiungere la perfezione con una serie televisiva le cui prime puntate venivano trasmesse sul suolo natale ancora prima che i disegni di tutta la serie fossero completati. Paragoniamo un prodotto di "alta boutique" con un prodotto "da battaglia". Nel 1963, quando Tezuka proponeva in tv l'alba dell'anime con Astro Boy, la Disney usciva al cinema con "La spada nella roccia". Quando Nagai Go, nel 1975, dava vita a Goldrake, due anni prima la Disney aveva proiettato Robin Hood. Ogni film d'animazione dell'epoca distava per la Disney da un minimo di 1 fino ad un massimo di 4 anni dal successivo, alternando produzioni per ammortizzare i costi del personale a dei capolavori.
Volendo fare un ragionamento sincero, schietto ed obiettivo riferito agli anni della polemica e della censura possiamo porre a confronto gli anni ottanta della Disney (operativa dal 1937) e di una neonata casa di produzione di film d'animazione per il grande schermo come lo "Studio Ghibli" di Hayao Miyazaki (fondata nel 1985).La scelta di prendere a modello questo studio è ovvia poiché il suo fondatore è stato più volte definito il Disney del Sol Levante. Ma veniamo al breve paragone:
1986: Basil, L'Investigatopo (The Great Mouse Detective) Vs "Laputa: castello nel cielo";
1988: Oliver & Company Vs "Una tomba per le lucciole"e "Il mio vicino Totoro" (il secondo è un capolavoro assoluto);
1989: La Sirenetta Vs Kiki consegne a domicilio;
ci fermiamo qui. Teniamo conto dei diversi budget di una grande major in confronto ad uno studio artigianale come il Ghibli. Ci sentiamo davvero di dire che i prodotti giapponesi in questione sono di scarsa qualità? Ci sentiamo davvero di sostenere che sono tutti uguali tra loro? Persistiamo nell'additarli di violenza e di diseducatività? Abbiamo mai visto le opere nipponiche citate per poterle criticare?
Teniamo altresì presente che il primo film d'animazione giapponese proiettato, anche se per poco tempo, nella italiche sale cinematografiche è stato, il difficile, ma strepitoso, capolavoro di un maestro come Otomo Katsuhiro a metà degli anni '90, Akira (del 1988). Per vederne altri bisognerà aspettare le opere di Kon Satoshi, Tokyo Godfather, o quelle recenti dello stesso Miyazaki, Il Castello errante di Holw, Ponyo, Totoro (del 1988 uscito in Italia al cinema nel 2010).
Ci sentiamo di sostenere che le serie televisive d'animazione della Disney prodotte oggi sono di tanto superiori in tematiche e qualità a quelle giapponesi degli anni '80 e '90? Qualcuno di voi che legge questo post saprebbe citarmene almeno tre senza ravanare nell'Internet?
Siamo sicuri che il Moige degli anni '80 avesse ragione a perpetuare la sua crociata? Quanti bambini si sono buttati dalla finestra gridando "Miwa lanciami i componenti"? Di più o di meno di quelli che negli anni '50 legavano corde ai balconi per giocare a Tarzan? Siamo sicuri che i bambini di allora non avessero spirito critico nelle loro scelte? Io stesso, da bimbo, saturo dello schema dei cartoni robotici, divenutomi monotono, avevo scelto di evitarli e di dedicarmi ad altri generi.
Siamo sicuri che i cartoni giapponesi ci abbiano fatto del male? Quanti di noi si sono sentiti scossi dentro per un Paese stravolto da una catastrofe naturale e la conseguente crisi dell'atomo che lo sta sconvolgendo dall'Aprile del 2011? Come mai tanti trentenni, e quarantenni, di oggi si sentono così vicini, solidali, con un Paese che dista più di 10000 km, molti di loro senza esserci mai stati? Quanto di più conosciamo delle tradizioni del Paese del Sol Levante grazie alle storie che ci ha raccontato Ikkyu san, il piccolo bonzo? Quanto della vita quotidiana grazie agli spaccati sociali intensi visti in Maison Ikkoku? Quanto della mitologia nipponica grazie ai simpatici interludi di Ranma 1/2? Quanto di più conosciamo sulla nostra stessa storia e mitologia occidentale grazie a Lady Oscar ed I cavalieri dello zodiaco? Quanto della cultura del sacrificio e della collettività, del lavoro di squadra è entrato in noi grazie agli insegnamenti che abbiamo ricevuto grazie a disegni animati?
Io non posso che dire grazie al Giappone per avermi fatto crescere con miti difformi dai classici europei. Non posso dire che grazie agli uomini e le donne che ho incontrato nei miei viaggi in quel Paese dell'estremo oriente così magico e misterioso. Non posso che dire grazie agli anime per avermi fatto venire voglia di conoscere il diverso, aver sviluppato la mia curiosità e la mia cultura. Grazie a grandi uomini d un grande Paese, con i suoi lati oscuri come tutti (come non criticare la caccia alle balene?) per avermi dato lo spunto per studiare una lingua strana e meravigliosa (di cui ogni volta che torno a casa mi dimentico gran parte del vocabolario).
Non disprezziamo ciò che diverso dal nostro conosciuto solo perché non lo capiamo. Proviamo a calarci in panni che non sono nostri, al massimo ciò che vediamo ci può non piacere. Non impediamo agli altri di crescere solo perché siamo pigri a vincere la nostra ignoranza. Il giorno vorremo castrare la libertà di espressione altrui sarà il giorno stesso in cui non avremo più senso di esistere su questo mondo e faremo meglio a toglierci di mezzo. Fisicamente.

Io posso ripetere solo una parola a tutti gli uomini di genio, o meno, che mi hanno aiutato a crescere: Grazie.
Lo stesso grazie che devo alla mia famiglia, a partire da mia nonna con la quale stavo i pomeriggi e non mi vietava i cartoni anche se non le piacevano. Lo stesso grazie ai miei genitori che hanno avuto fiducia del mio spirito critico anche da bambino e che mi facevano alternare il nipponico Goldrake agli americani Puffi, anche se trasmessi alle 20.

Un ultimo avvertimento. Attenti alla Luna in cielo. Quando sarà rossa Vega attaccherà.

E ora scusate, ma c'è una finestra aperta. Vedo il Big Shooter passare. Un mostro Aniwa sta attaccando la città. Mi devo lanciare per trasformarmi in: "Jeeg Robot d'acciaio!!!!". "Miwa lanciami i componenti!".

2 commenti:

  1. condivido in toto

    L'arroganza e il pressapochismo di chi parla di queste cose non conoscendole (al contrario di noi appassionati) in Italia ha ormai del leggendario.
    Ci sono i WMT che sono autentici capolavori e altre serie che meritano.
    Lo stesso Gundam qui non citato ha una maturità nerrativa che meraviglierebbe un pubblico non avezzo ai cartoni.
    W gli anni 80 e menomale di esserci stati , e esserci stati da bambini

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  2. Sono d'accordo con te. Mi rammarico di non aver citato Gundam, ma è stato uno sfogo scritto di getto e non tutti i ricordi sono affiorati. Meno male che c'è Italia 2, ora, dove anche le nuove leve possono gustarsi le avventure di Amuro Rei, come noi abbiamo fatto anni fa.

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